caffè equosolidale

Marchio Fairtrade: cos’è e perché comprare il caffè equosolidale

Il circuito del caffè Fairtrade è cresciuto molto, negli ultimi dieci anni, e ha ancora grossi margini di espansione. Attraverso il marchio certificato, il caffè equosolidale garantisce commercio e coltivazioni rispettose dei diritti e della salute dei lavoratori, con delle produzioni sostenibili a livello economico, oltre che sociale e ambientale. Molti torrefattori scelgono di percorrere questa strada, come Filicori Zecchini con la nuova miscela Armonia; ma cosa caratterizza il caffè Fairtrade e quali garanzie offre? Per scoprirlo abbiamo intervistato Paolo Pastore, direttore di Fairtrade Italia, l’organizzazione che certifica le coltivazioni con il marchio Fairtrade.

Paolo Pastore Fairtrade
Paolo Pastore (c) Fairtrade Italia

Quando è nata l’esigenza di creare un circuito Fairtrade per il caffè equosolidale?

I pionieri del commercio equo e solidale hanno iniziato le loro attività di importazione di caffè già dagli anni Settanta. Il caffè è stato, infatti, il primo prodotto alimentare a beneficiare di questo tipo di commercio rispettoso dei coltivatori, inizialmente sudamericani, in un periodo in cui il prezzo dei chicchi continuava a scendere vertiginosamente e i contadini non riuscivano a coprire i costi della produzione.

I primi marchi di certificazione (Max Havelaar, TransFair, in seguito unificati sotto l’unico marchio Fairtrade) sono stati creati in Europa (Olanda, Lussemburgo, Austria, Danimarca) sul finire degli anni Ottanta. In Italia il primo caffè certificato TransFair è stato lanciato nel 1995, per poi passare al marchio internazionale Fairtrade nel 2005.

Qual è l’attuale situazione nel mercato del caffè?

Ancora oggi la questione della sostenibilità economica, sociale e ambientale della produzione del caffè è lontana dall’essere risolta, nonostante l’impegno di Fairtrade e di altri grandi player del settore in questo senso. L’evoluzione tecnica per competere sul mercato, il saper affrontare i cambiamenti climatici e il rinnovo generazionale sono le principali sfide che devono affrontare i coltivatori di caffè oggi, oltre al fatto di ottenere un guadagno decoroso. Possiamo dire che il caffè sostenibile venduto nel mondo è ancora troppo poco, e questo va naturalmente a discapito dei contadini che in America Latina, Asia e Africa coltivano questa pianta.

Com’è organizzato il circuito Fairtrade?

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Coltivazione del caffè, Honduras (c) Santiago Engelhardt / Fairtrade

Il sistema Fairtrade comprende al suo interno sia delle organizzazioni che rappresentano agricoltori e lavoratori – i cosiddetti Network dei Produttori – che le organizzazioni dei Paesi consumatori, come Fairtrade Italia, che io rappresento. Le due realtà, nell’Assemblea Generale di Fairtrade International, hanno parità di seggi. Per noi questo significa creare una vera e propria alleanza che vada a beneficio di tutti: i contadini, che possono vivere dignitosamente del loro lavoro, e i consumatori, che possono apprezzare un caffè di qualità.

Come si è sviluppato negli anni il mercato del caffè equo e solidale?

Negli ultimi 15 anni, la quantità di caffè verde importato in Italia tramite il circuito Fairtrade è passata da circa 270 tonnellate del 2003 a quasi 812 nel 2017, la maggior parte delle quali viene torrefatto, macinato e venduto nei canali retail. C’è ancora molto spazio per crescere, soprattutto nel settore dell’horeca. A parte le quantità, da allora sono stati fatti moltissimi passi avanti, soprattutto nel miglioramento della qualità del caffè, con riconoscimenti di premi anche internazionali. Inoltre, oggi il 60% del caffè Fairtrade venduto in Italia è anche certificato bio.

Cosa cambia per i tostatori che fanno parte del circuito Fairtrade?

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Lavorazione del caffè verde, Nicaragua (c) Aldo Pavan / Fairtrade

Dal punto di vista operativo, Fairtrade è una certificazione di prodotto, e come tale richiede tutta una serie di attenzioni sulla tracciabilità della filiera del caffè, dall’importazione al confezionamento. Le aziende in tal senso devono fornire evidenza e tracciabilità delle operazioni. I torrefattori sono sottoposti ad audit da parte di FLOCERT, l’ente certificatore, e pagano a Fairtrade Italia i diritti di licenza del Marchio Fairtrade per poterlo usare sui packaging dei prodotti e sulla comunicazione.

Che differenza c’è tra caffè coltivato in modo tradizionale e caffè certificato Fairtrade?

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Coltivazione del caffè, Honduras (c) Santiago Engelhardt / Fairtrade

Dal punto di vista della coltivazione, gli standard Fairtrade incentivano le produzioni ambientalmente sostenibili e vietano l’uso di OGM. Inoltre riconoscono un Premio più alto per il caffè biologico, incentivando così le cooperative a convertire la produzione. Per quanto riguarda il packaging, il caffè fair trade si riconosce per la presenza del marchio Fairtrade e delle dichiarazioni obbligatorie previste dalle regole Fairtrade per il packaging dei prodotti certificati.

Filiera tracciata, garanzie per il consumatore e maggior considerazione per il coltivatore sono le principali caratteristiche del caffè fair trade, ma quali sono i vantaggi concreti per i coltivatori e quali sono i maggiori mercati per questo prodotto? Molto presto approfondiremo questo tema, parlando anche del Premio Fairtrade, una somma di denaro che deve essere reinvestita dai produttori che la ricevono per il miglioramento della produzione. Conoscevate il caffè fair trade? Lo avete mai acquistato?

Il team redazionale del blog “Laboratorio dell’espresso” è composto dagli esperti di Filicori Zecchini: tutti professionisti che mettono a disposizione la loro competenza nei vari ambiti di specializzazione, dalla formazione, alla consulenza, alla creazione della migliore offerta per la vostra attività.

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